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Nastri nel sottoscala: il tesoro sonoro che l'Italia pre-Internet rischia di perdere

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Nastri nel sottoscala: il tesoro sonoro che l'Italia pre-Internet rischia di perdere

Photo: Marantz (progettista), Superscope (produttore), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, spostando le vecchie cassette di un parente, in cui ti capita di trovare una scrittta a penna su un'etichetta di carta gialla: «Radio, domenica mattina, 1987». Ecco, quello è un documento storico. Solo che quasi nessuno se ne è mai accorto.

La radio che non si poteva riascoltare

Facciamo un passo indietro. Nell'Italia degli anni Settanta e Ottanta la radio era un medium effimero per eccellenza: trasmetteva, svaniva. Nessun replay, nessuna playlist salvata, nessun archivio online. Se ti piaceva un programma, la única cosa che potevi fare era registrarla. E tanta gente lo faceva, con i magnetofoni a bobina prima, con i registratori a cassette dopo, piazzati davanti alla radio con il microfono nell'aria o collegati con un cavo fortunoso.

Il risultato è un archivio immenso, disperso, informale: registrazioni domestiche di trasmissioni mai più ritrovate, dediche dei lettori lette in diretta, interviste a personaggi locali, concerti registrati di nascosto davanti alla radio. Un patrimonio che nessuna emittente ha mai inventariato, perché spesso le emittenti stesse non conservavano i propri nastri — si riutilizzavano, si cancellava sopra, si buttava tutto quando cambiava la tecnologia.

I lettori di dediche, storici involontari

Se ci pensate, i programmi di dediche musicali — quelli che hanno fatto la storia delle radio locali italiane, dal nord al sud — erano una macchina documentale senza saperlo. Ogni lettera letta in diretta era un pezzo di vita: un nome, un paese, un anniversario, un lutto, un innamoramento. Registrare quei programmi significava fissare la mappa affettiva di un'intera comunità in una data precisa.

Oggi quelle cassette, quando esistono ancora, sono spesso negli scantinati degli ex disc-jockey o nelle case degli ascoltatori più fedeli. E il supporto non aspetta: le audiocassette si degradano, le bobine si spezzano, i nastri si incollano. C'è una corsa contro il tempo, e la maggior parte della gente non sa nemmeno di essere in gara.

Archivi pubblici, buchi neri

La situazione negli archivi ufficiali non è molto meglio. Le RAI hanno conservato molto — fortunatamente — ma la storia della radiofonia italiana non è solo quella delle emittenti di Stato. È quella delle radio libere nate dopo il 1976, delle emittenti diocesane, delle radio di paese con un solo microfono e tanta buona volontà. Di quel mondo, spesso, non resta nulla di catalogato: locali affittati e svuotati, trasmettitori venduti, nastri finiti in discarica.

Qualche segnale incoraggiante c'è. Fondazioni come la Fondazione Archivio Diaristico, pur non occupandosi di radio, mostrano come si può salvare memoria diffusa e personale. Progetti universitari di oralità e media studies cominciano a cercare le tracce delle radio libere. E alcune emittenti storiche sopravvissute, ogni tanto, tirano fuori da un armadio bobine che sembrano reperti archeologici — perché in fondo lo sono.

Cosa possiamo fare noi, ascoltatori

Qui veniamo al punto che ci sta a cuore. Se avete in casa — o dai vostri genitori, zii, nonni — vecchie registrazioni radiofoniche, non buttatele. Non buttatele nemmeno se non sapete cosa contengono. Un nastro etichettato con un nome di un'emittente locale degli anni Ottanta può valere più di mille pagine di storia della comunicazione scritta dopo.

Esistono servizi di digitalizzazione di nastri e bobine, e sempre più associazioni di archiviazione audio accettano donazioni o aiutano a identificare il contenuto. Prima di tutto, però, serve una cosa semplice: aprire quel cassetto, fare l'inventario di quello che c'è, e prendere sul serio quello che sembra solo roba vecchia.

Il mondo prima del mondo digitale

Noi di Radio Garden Italia viviamo nell'epoca in cui si gira il mondo con un gesto dello schermo, una stazione alla volta. Ma il piacere della scoperta sonora non nasce con lo streaming: nasce lì, nei nastri di qualcuno che nel 1983 ha registrato tre ore di programmazione di una radio che oggi non esiste più. Quella è la nostra preistoria, ed è l'unica che non possiamo ritrovare con una ricerca su Internet.

Il mondo digitale ci ha abituati a pensare che tutto si conservi da solo. Non è vero: si conserva solo ciò che qualcuno, concretamente, decide di salvare. E il patrimonio sonoro dell'Italia pre-Internet sta letteralmente aspettando — nei sottoscala, nei garage, negli armadi — che qualcuno prenda una decisione prima che il nastro si spezza.

La prossima volta che fate le pulizie di primavera, guardate le cassette con altri occhi. Potreste tenere in mano l'unico documento rimasto di una voce, di un programma, di un pezzo d'Italia che altrimenti sparirebbe per sempre. E quella, siamo i primi a dirlo, sarebbe una scoperta sonora sprecata.

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